Tra le righe di chi questa squadra la vive e la descrive da sempre c’è una tendenza antropologica da cui non si scappa: ci piace complicarci la vita anche quando le cose prendono la piega giusta. È una specie di riflesso incondizionato che ci portiamo dentro noi bolognesi, una forma di autodifesa per cui ogni passo in avanti deve essere per forza accompagnato dall’evocazione di uno scenario nefasto.
In questi giorni basta fare un giro sotto i portici incandescenti o ascoltare il respiro dei social per intercettare la stessa obiezione, ripetuta quasi a memoria: «Eh, ma Dovbyk e Piccoli sono arrivati in prestito con obbligo… non sono acquisti veri, sono due mezzi acquisti». Ha del prodigioso. Ci vuole un bell’esercizio di masochismo per definire “mezzi acquisti” due operazioni che, numeri alla mano, impegnano la società per una cifra che sfiora i quaranta milioni di euro complessivi.
Continuare a guardare alla formula del prestito con obbligo nel calcio di oggi come a un ripiego da pezzenti significa non aver capito niente di come si muove il mercato L’obbligo di riscatto (specie quando legato a condizioni di fatto inevitabili, come la salvezza) è ormai la moneta corrente con cui le società strutturate mettono a segno colpi pesanti senza farsi strozzare dal Fair Play Finanziario e spalmando l’impatto a bilancio.
La sostanza non cambia di un millimetro: i soldi escono, i giocatori restano. E allora mettiamoli sul tavolo questi numeri, vivisezioniamoli senza paura, perché il campo e i dati analitici raccontano un’altra verità. Prendiamo Artem Dovbyk. Parliamo del centravanti che con la maglia del Girona ha conquistato il Pichichi della Liga grazie a 24 gol e 8 assist in 36 presenze, viaggiando a un valore di gol attesi (Expected Goals) da top ten europea.
Ma non limitiamoci al passato: anche nella sua recente esperienza in Serie A con la Roma, dove spesso è stato giudicato con troppa fretta, Dovbyk ha messo a referto 15 gol complessivi e 3 assist in 46 apparizioni. E spesso senza giocare da titolare. Con i suoi 189 centimetri per 92 chili, l’ucraino ha alzato enormemente l’efficacia nei duelli aerei (il maggior limite di Castro) e nel lavoro spalla a porta (quello alla Arnautovic, per intendersi).
Portare a Casteldebole un profilo simile con un’operazione complessiva sotto i 20 milioni di euro è una spallata di prima categoria. È la prova concreta di una società che non ha nessuna intenzione di arretrare rispetto all’idea di riconquistare un piazzamento europeo.
Lo stesso vale per Roberto Piccoli, un classe 2001 ben conosciuto da Sartori sin dai tempi dell’Atalanta, che in Serie A ha già collezionato un bagaglio di esperienza enorme. Liquidarlo come un ripiego da panchina è una svista colossale: parliamo di un attaccante che nella sua ultima stagione con la Fiorentina, pur partendo da titolare solo in metà delle gare, ha collezionato oltre 1.660 minuti con 47 tiri totali, 4 gol e 1 assist, viaggiando su oltre 50 duelli aerei vinti.
Piccoli porta in dote quel veleno, quella pressione feroce sui portatori di palla (40 falli subiti a testimoniare quanto sia indigesto per i difensori) e quella ferocia agonistica che servono quando le partite si sporcano e la palla pesa un quintale. Se mettiamo a confronto questo nuovo assetto con la coppia Castro-Dallinga, il salto di qualità sul piano della potenza di fuoco è evidente.
Con tutto il bene e il rispetto per la garra di Santiago Castro e la voglia di riscatto di Thijs Dallinga, il Bologna della scorsa stagione mancava spesso di peso specifico negli ultimi venti metri nei momenti decisivi. Castro e Dallinga avevano bisogno della manovra ricamata e pulita per esaltarsi; Dovbyk e Piccoli la manovra la creano con la forza. Occupano fisicamente l’area, tirano giù i palloni lunghi, assorbono i raddoppi fissi dei centrali avversari e, di conseguenza, aprono praterie per gli inserimenti a fari spenti degli esterni.
Lentamente, senza proclami, il Bologna sta cambiando pelle. Sta lasciando andare l’abito comodo e autoassolutorio della bella sorpresa per indossare quello più pesante, faticoso, ma inevitabile, della squadra matura. Una squadra che non aspetta più i tempi di evoluzione delle scommesse, ma pretende la certezza del gol e la struttura atletica per stare in alto.
Chi oggi storce il naso per la formula contrattuale (o ancor peggio per chi si lamenta di due attaccanti importanti) farebbe bene ad alzare lo sguardo dal foglio Excel: il Bologna non sta facendo le cose a metà. Sta imparando a fare le cose in grande.
Luca Baccolini
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Foto: Paolo Bruno/Getty Images (via OneFootball)



