Ad un certo punto di Bologna-Torino avevo già il titolo. Questa è una cosa pericolosissima, avere il titolo prima che finisca una partita, più o meno come quando da ragazzi si preparava la compilation per una ragazza prima ancora di capire se quella ragazza sapesse come ti chiamavi. Il titolo era Piutost che gninta l’è mei piutost, che lo diceva mia nonna e probabilmente prima di lei lo dicevano altre nonne emiliane che avevano capito benissimo che, quando le cose vanno male, anche una cosa mediocre che funziona può diventare improvvisamente una cosa bellissima.
Per settanta minuti abbondanti Bologna-Torino è stata una gara che mi ha ricordato quelle sfide scapoli contro ammogliati che si giocano ancora nei campetti di provincia, solo con l’erba tagliata meglio, venticinquemila persone sugli spalti e degli stipendi che rendono più difficile giustificare certi passaggi. Poco possesso davvero significativo, una quantità ragguardevole di palloni consegnati agli avversari, difensori che ogni tanto sembravano stupiti che il pallone potesse arrivare proprio dalle loro parti, portieri ai quali veniva spontaneo rivolgere quel sofisticato concetto tattico che in tribuna si sintetizza con «sveglia» (e pensando a Skorupski, fa ancora più ridere), e in mezzo a tutto questo molta corsa, molte seconde palle, qualche calcione e quella cosa che adesso chiamiamo garra perché ‘darsi da fare come dei disperati’ evidentemente suona meno internazionale.
Eppure ci avevo creduto.
Ci avevo creduto non perché il Bologna stesse giocando bene, ché sarebbe stato difficile sostenerlo anche dopo tre birre, ma perché per una volta mi sembrava avesse capito che non tutte le partite della vita devono essere una dimostrazione di qualcosa e del 60% di possesso palla. Palladino era arrivato praticamente l’altro ieri. Pretendere già meccanismi raffinati, occupazioni razionali degli spazi e calcio posizionale sarebbe stato come chiedere a uno che ha appena traslocato se ha già deciso dove mettere i libri di giardinaggio.
Il Bologna aveva trovato un gol, aveva corso, aveva combattuto, aveva sbagliato molto ma in maniera tutto sommato democratica insieme all’avversario, e soprattutto stava facendo una cosa che in certi momenti vale più del gioco: stava sopravvivendo. Perseverare nel proprio essere, possibilmente con tre punti in tasca.
Mi andava bene. Anzi, mi andava benissimo.
Perché c’è anche una forma adulta del tifo che consiste nell’abbassare temporaneamente le pretese. Da ragazzi (anzi, fino a ieri) volevamo vincere giocando bene, dominare, innamorarci della squadra e magari pure della maglia. Poi uno passa i quaranta e scopre il fascino meraviglioso del risultato immeritato. È una delle poche consolazioni dell’invecchiare, insieme al fatto che finalmente puoi comprare le scarpe che volevi a sedici anni senza chiedere i soldi a tua madre. Uno a zero brutto, tre punti, tutti a casa e ne riparliamo fra tre settimane. Piutost che gninta.
Poi il Bologna ha fatto il Bologna.
Il problema del gol del Torino non è tanto averlo preso. Il problema è come. Dopo aver passato gran parte del match a impedire al Torino di costruire qualcosa di davvero memorabile, abbiamo deciso di collaborare. Una piccola produzione interna del disastro, artigianale, filiera corta. Difesa morbida, tiro non precisamente destinato al Louvre, Skorupski che ci mette le mani e tuttavia non abbastanza da impedire al pallone di entrare.
Tragedia: l’errore attraverso cui il protagonista contribuisce alla propria rovina. A volte basta fare una cazzata da soli. Bologna-Torino, da questo punto di vista, ha avuto una struttura narrativa impeccabile: soffri, resisti, cominci perfino a pensare che stavolta possa andare bene e poi, quando la disgrazia non riesce a trovarti, le mandi la posizione su WhatsApp.
E allora il punto rimane. Sempre meglio di niente, diceva mia nonna, e tecnicamente aveva ragione. La prima di Palladino non è una sconfitta, il Bologna ha mostrato almeno una reazione nervosa, una volontà, perfino una certa capacità di stare dentro una partita sporca. Del gioco parleremo più avanti, perché sarebbe intellettualmente ridicolo pretendere una rivoluzione estetica dopo pochi allenamenti.
Però io, per una settantina di minuti, quel titolo l’avevo già scritto.
Piutost che gninta l’è mei piutost.
Poi abbiamo scoperto che anche il piuttosto, quando finalmente ce l’hai in mano, devi essere capace di tenerlo.
Riccardo Astolfi
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Foto: Emmanuele Ciancaglini/Getty Images (via OneFootball)

