Dopo Bologna-Lazio, Gattuso ha detto una cosa che mi è rimasta lì: «Non è cambiato nulla da settimana scorsa».
La settimana prima aveva perso, in quella seguente ha vinto. Io, personalmente, se una settimana perdo e quella dopo vinco tendo a pensare che qualcosa sia cambiato, anche solo la qualità del sonno, però ho capito cosa voleva dire.
Nel calcio abbiamo un problema abbastanza serio, che poi è anche una delle ragioni per cui lo guardiamo: alla fine compare il risultato. È lì, enorme, inequivocabile, 0-1, e improvvisamente tutto quello che è successo nei novanta minuti precedenti si mette in ordine da solo. Se vinci avevi preparato bene la partita. Se perdi, evidentemente qualcosa non ha funzionato. Se fai entrare un giocatore e quello segna sei un allenatore coraggioso; se entra e si mangia un gol da due metri, magari dovevi lasciarlo seduto. A posteriori siamo tutti molto bravi. Io in particolare, dal divano, credo di avere percentuali di lettura della partita vicine al cento per cento.
Anche col Bologna funziona così. Se una palla entra di dieci centimetri, Tedesco ha letto perfettamente la gara. Se esce di dieci centimetri, forse la squadra è stata poco lucida, forse manca qualcosa negli ultimi sedici metri, forse bisognava cambiare prima. Dieci centimetri, nel calcio, sono una distanza piccolissima ma possono contenere un’intera settimana di trasmissioni sportive.
A quel punto, non so bene perché, mi è venuto in mente Machiavelli. Non è una cosa che mi capita spesso durante Bologna-Lazio, e direi che per il momento possiamo considerarla un’anomalia.
Machiavelli parlava di virtù e fortuna. La virtù è quello che sai fare, quello che prepari, la capacità di leggere le circostanze; la fortuna è tutto il resto, cioè quella parte del mondo che continua ostinatamente a non chiederti il permesso. Tu puoi costruire gli argini, ma poi arriva il fiume.
Il calcio, in fondo, è un enorme esercizio sugli argini. Tedesco prepara la partita, prova i movimenti, sceglie chi far giocare, costruisce occasioni. Poi uno tira, la palla prende il palo esterno invece di quello interno e il giorno dopo cambia il racconto. Non solo della partita: magari anche della squadra, dell’allenatore, del mercato estivo, della preparazione atletica e, se aspetti abbastanza, della società occidentale.
Forse è proprio questa cosa che rende il calcio così piacevolmente stupido e così terribilmente serio.
Perché fuori dal calcio facciamo esattamente lo stesso, solo che non abbiamo nemmeno la scusa del tabellone. Un ristorante apre e sembra una grande intuizione; se chiude sei mesi dopo scopriamo che il modello, in fondo, non era sostenibile. Un progetto funziona e tutti avevano visto che il mercato stava andando da quella parte. Non funziona e, naturalmente, i segnali erano evidenti.
Siamo bravissimi a prevedere il passato.
Per questo quella frase di Gattuso mi è piaciuta. Aveva vinto e invece di dirci che finalmente si era visto il lavoro della settimana, che la squadra aveva reagito, che era scattato qualcosa, ha detto che non era cambiato niente.
Magari non è vero. Magari era semplicemente una frase da allenatore, e noi stiamo facendo lavorare Machiavelli ben oltre il suo contratto.
Però mi sembra che dica una cosa che nel calcio dimentichiamo continuamente: il risultato è una cosa importantissima, ma non è necessariamente la spiegazione di quello che è successo.
Il problema del calcio è che alla fine compare il risultato.
Il problema della vita è che spesso facciamo finta che compaia anche lì.
Riccardo Astolfi
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Foto: Marco Rosi/SS Lazio/Getty Images (via OneFootball)

