Da vent’anni a questa parte, ogni presidente del Bologna ha provato ad intestarsi la soluzione definitiva del problema Dall’Ara: chi spostando tutto in aperta campagna, chi restando fedele alle antiche mura, chi inseguendo l’ennesimo piano B. E ogni volta il cantiere vero non è mai partito. Ora che Bologna FC e BolognaFiere hanno presentato al sindaco Lepore la lettera di intenti per un impianto da trentamila posti in zona Fiera, il copione sembra ripetersi: si riparte da zero, ma stavolta col Dall’Ara che rischia davvero, per la prima volta nella sua storia quasi secolare (il 29 maggio 1927 la prima partita), di restare fuori dai giochi. Non per l’ennesima proposta di restyling decaduta, ma per l’assenza di una valida alternativa relativamente alla sua ipotetica seconda vita. Ma prima di parlare di pro e contro, riavvolgiamo il nastro.
Romilia, lo stadio nella prateria
Tutto comincia con Alfredo Cazzola, già patron del Motorshow ed ex presidente della Virtus, arrivato alla guida del Bologna con l’ambizione di un salto di scala. Il 30 novembre 2006, insieme al costruttore Renzo Menarini, presenta il progetto Romilia: quasi 500 milioni di euro di investimento, 300 ettari fra Budrio e Medicina, 30 chilometri dal centro città, per costruire non solo un nuovo stadio ma un’intera cittadella con centro sportivo, campo da golf, centro commerciale, tre parchi a tema (Europa, fitness, motori), una zona residenziale servita da strade e persino una nuova stazione ferroviaria. Doveva essere pronto per il 2011, in tempo per un’ipotetica candidatura a Euro 2012. L’urbanista Giuseppe Campos Venuti è tra i primi a bocciarla, denunciando la logica speculativa dietro l’operazione sportiva; la Provincia nega il via libera e il progetto si sgonfia. Cazzola si defila, Menarini prende il suo posto sulla plancia di comando del club sperando comunque di tenere vivo un progetto stadio, ma di Romilia non resta che il nome. In verità, pure bruttino.
Guaraldi, un nuovo centro tecnico nella Bassa
Passano gli anni, il Bologna sprofonda e risale dal rischio concreto di fallimento dopo la meteora Porcedda, e nel 2012 tocca al presidente-costruttore Albano Guaraldi. La sua idea è più contenuta ma non meno ambiziosa nella sostanza: lo stadio resta al Dall’Ara, ma il club punta ad un grande centro sportivo tra Quarto Inferiore e Granarolo, 22 ettari con 12 campi da calcio, foresteria per i giocatori, parcheggi e la Piazza degli Scudetti. Viene firmato un protocollo d’intesa tra Provincia, Comune di Granarolo e BFC, con l’obiettivo dichiarato di raddoppiare il valore patrimoniale del club. Anche qui, però, l’operazione si arena: la prima pietra non viene mai posata, e il progetto scompare gradualmente dai radar dopo il cambio di proprietà del club. Nel frattempo, però, nel 2012 Guaraldi è uno dei primi presidenti a porre all’attenzione del Comune l’emergenza Dall’Ara: «Ha sei-sette anni di vita, a il costo non è sopportabile per il club». A meno di trovare un Re Mida dal Nord America.
2014-2016: la svolta Saputo e la prima idea di restyling
Con l’arrivo di Joey Saputo, preceduto da Joe Tacopina che come prima mossa convoca l’architetto Dan Meis per un sopralluogo sullo stadio, la strategia cambia radicalmente: si abbandona l’idea di un nuovo impianto altrove e si punta tutto sulla valorizzazione del Dall’Ara, percepito nuovamente come patrimonio storico della città. Allo studio c’è anche la ‘cittadella’ ai Prati di Caprara, un’area commerciale che funga da serbatoio economico per il club e il restyling dello stadio: anche questa ipotesi, però, naufraga tra ostacoli politici e urbanistici. Tra il 2017 e il 2018 la linea si assesta definitivamente sulla riqualificazione dell’impianto esistente, attraverso un’inedita partnership pubblico-privata tra Comune e Bologna FC, con un costo stimato inizialmente attorno ai 130-140 milioni: 90 li metterà Saputo, 40 il Comune.
2019-2022: il progetto Zavanella e l’iter interminabile
È l’architetto Gino Zavanella a firmare l’agognato progetto: copertura completa dello stadio, eliminazione della pista d’atletica, tribune riavvicinate al campo, riqualificazione della Torre di Maratona, trasformazione dell’impianto in una struttura multifunzionale attiva sette giorni su sette, capienza portata a 30.000 posti, nuovi parcheggi nell’area dell’Antistadio. Si discute sui tempi della concessione al Bologna: si parla inizialmente di 99 anni, poi solo di 40. Nel maggio 2021 parte la seconda fase tramite il deposito del progetto definitivo e il piano economico-finanziario ‘asseverato’ (come dicono gli esperti) da un primario istituto di credito; la conferenza dei servizi decisiva si apre ad inizio giugno 2021 e si chiude il 24 marzo 2022 col via libera tecnico di tutti gli enti coinvolti. Il Comune stanzia 40 milioni di euro a bilancio. Sembra, per la prima volta in vent’anni, che il Dall’Ara ce la faccia davvero ad avere un nuovo look, tant’è che si discute anche di un impianto temporaneo: l’area potrebbe essere quella di FICO, al CAAB. Ci si illudeva anche stavolta. FICO, soprattutto.
2022-2025: i costi lievitano, arriva il colpo di grazia
Tra rincari post pandemia, crisi energetica portata dalla guerra russo-ucraina e aumento generalizzato dei costi delle materie prime, il conto complessivo dell’intervento si impenna, e il progetto resta bloccato in attesa di fondi statali aggiuntivi. Che non arrivano neanche sotto forma di promessa. Bologna e il club spingono per una risposta da Roma, anche in vista della candidatura a Euro 2032: l’Italia, infatti, ha clamorosamente ottenuto l’organizzazione del torneo e dovrà consegnare alla UEFA la lista definitiva delle cinque sedi entro ottobre 2026. Comune e club scelgono però fin dall’inizio di non legare la sorte dei lavori all’esito della candidatura. Intanto la risposta da Roma non arriva mai in modo risolutivo, e il 10 febbraio 2026 la giunta Lepore cancella formalmente l’impegno di spesa dei 40 milioni. Dopo anni di iter, sembra la parola fine sul restyling.
Luglio-agosto 2026: la svolta in Fiera
Archiviato il restyling, si apre la fase del ‘piano B’: il club, con la regia di Palazzo d’Accursio, cerca partner imprenditoriali del territorio per un impianto ex novo, con Parco Nord e CAAB tra le ipotesi circolate in primavera, in un’operazione stimata intorno ai 170-200 milioni. Ma è BolognaFiere, già protagonista della costruzione dell’Unipol Hall (la nuova casa della Virtus, pronta in autunno), a emergere come partner naturale: il 1° agosto 2026 Bologna FC e BolognaFiere consegnano a Lepore la lettera di intenti per un impianto polifunzionale da 30 mila posti nell’area di proprietà della Fiera, tra la linea ferroviaria e l’autostrada, a ridosso del casello, di fronte a parcheggi con migliaia di posti auto, ad una fermata ferroviaria dedicata e ad uno dei futuri capolinea del tram Michelino-Fiera Nord. Il sindaco dà il via libera politico. C’è anche l’intenzione di candidare il nuovo impianto, ancora virtualissimo, per Euro 2032. Costo stimato: 180-200 milioni di euro, in parte coperti dal club (che potrebbe reindirizzare i 100 milioni già garantiti per il vecchio restyling), in parte dal fondo statale da 100 milioni destinato agli impianti degli Europei.
I pro della soluzione Fiera
E veniamo alla bilancia, molto semplificata, dei pro e dei contro. Il principale vantaggio è la disponibilità immediata dell’area, già di proprietà di un soggetto (BolognaFiere) abituato a costruire e gestire grandi infrastrutture, come dimostra il cantiere parallelo dell’Unipol Hall. La collocazione è strategica dal punto di vista della mobilità: casello autostradale a pochi passi, stazione ferroviaria dedicata già utilizzata per grandi eventi, futuro capolinea tranviario, migliaia di posti auto esistenti. Costruire ex novo permette inoltre di progettare uno stadio moderno, in linea con gli standard UEFA, senza i vincoli di un cantiere aperto su un impianto storico e in quartiere iper popolato, evitando i costi extra che avevano fatto naufragare il restyling del Dall’Ara.
I contro e il fantasma del Dall’Ara
Il rischio più immediato, e più concreto, è quello di un doppio binario che la città non può permettersi: costruire un impianto nuovo significa, nei fatti, condannare il Dall’Ara ad un destino ancora tutto da scrivere, proprio mentre si avvicina il suo centenario. È il punto sollevato con più forza in Consiglio comunale: lo stadio storico ha costi di manutenzione elevati indipendentemente da cosa accada in Fiera, e senza un progetto parallelo (che sia riconversione a impianto multifunzionale ridotto, uso per le giovanili e altre discipline, valorizzazione della Torre di Maratona come bene monumental-museale) il rischio concreto è un lento abbandono, con la città che si ritroverà a gestire due strutture invece di una, di cui una potenzialmente vuota. Sul piano finanziario, poi, la partita è tutt’altro che chiusa: la lettera di intenti firmata da Saputo e BolognaFiere non è un finanziamento, ma l’avvio di una ricerca di partner che dovranno arrivare a coprire 180-200 milioni di euro, con la prima verifica seria di sostenibilità economica attesa non prima di settembre. C’è poi la variabile tempo, che nella storia bolognese degli stadi è sempre stata la più insidiosa: ottobre 2026 come termine per la lista UEFA di Euro 2032 lascia margini strettissimi per progettare, finanziare, autorizzare e costruire un impianto omologabile in appena sei anni, un percorso che altrove richiede fino al doppio del tempo. E se la scadenza dovesse slittare o la candidatura sfumare, resterebbe da capire se il progetto Fiera troverebbe comunque la spinta politica ed economica per proseguire da solo, senza l’ombrello degli Europei: la stessa domanda, in fondo, che negli ultimi vent’anni ha già affossato Romilia, Granarolo, i Prati di Caprara e qualsiasi altro ambizioso progetto immobiliare rossoblù. Il Dall’Ara intanto sonnecchia. Da qualche notte non troppo tranquillo.
Luca Baccolini
© Riproduzione Riservata
Foto: Alessandro Sabattini/Getty Images (via OneFootball)



