31/05/2026
Luca Baccolini
OneFootball, Palla al centro

La fretta è una pessima consigliera. Soprattutto nel calcio

Tempo di Lettura: 2 minuti

Il calcio ha questa strana capacità di deformare il tempo. Ti distrai un attimo e quello che ieri era un tormentone oggi sembra archeologia sportiva. Sappiamo più cose di Domenico Tedesco, che non è ancora arrivato a Bologna, di quante ne abbiamo sapute di Vincenzo Italiano.

Qualcuno dovrebbe rendersi conto che la sproporzione tra tempo vissuto insieme e velocità degli addii non è più emotivamente sostenibile. Ma nel calcio moderno c’è un equivoco di fondo che continuiamo a coltivare con una tenerezza quasi commovente: pensiamo ancora che i sentimenti abbiano un valore legale.

Ci caschiamo ogni volta. Ci attacchiamo ad un’esultanza sotto la curva, ad una sciarpa tesa, a vaghe dichiarazioni d’amore sulla città. Poi, di colpo, arriva il giorno in cui scopri che l’idolo di turno ha già il motore acceso, la valigia nel bagagliaio e gli occhi rivolti altrove.

Perché mentre la gente normale pianifica i mesi, i bilanci familiari e le domeniche allo stadio, i professionisti della panchina e del pallone vivono con un’ansia professionale permanente. Hanno una fretta indiavolata, una paura folle di perdere l’ultimo treno per il paradiso anche a costo di saltare giù da un convoglio che funziona alla perfezione.

Il capolavoro di questo strano cortocircuito emotivo l’ha firmato, e non sarà l’ultimo, proprio Italiano. L’addio a Bologna è una perfetta fotografia di costume del calcio dei nostri giorni: non una conferenza stampa d’addio, non una lettera aperta per ringraziare chi ci ha messo l’anima e i soldi, ma una dichiarazione striminzita, rilasciata dal finestrino abbassato.

Quella fretta di andare via non ce la spiegheremo mai. Ma il problema è che la fretta è una pessima consigliera. Quella macchina era diretta, nei piani e nei sogni, verso Napoli. Una piazza enorme, il palcoscenico della vita, la consacrazione definitiva. Sembrava tutto apparecchiato. Peccato che mentre lui abbassava il finestrino, a Castel Volturno stessero già cambiando i codici d’accesso dei cancelli.

Così la solitudine di chi resta si è sposata alla beffa di chi parte. Il tifoso di calcio è un romantico condannato alla delusione. Si affeziona all’allenatore che gesticola sotto la pioggia, ne sposa le nevrosi tattiche, lo difende al bar contro gli amici gufi. Diventa suo complice. Poi l’allenatore si svincola con un anno d’anticipo, rinunciando a 3 milioni di euro netti, convinto che l’erba del vicino non solo sia più verde anche già tagliata e pronta per accoglierlo.

In questa commedia dell’assurdo però non vince nessuno. Non vince la piazza, che si ritrova a dover ricominciare da capo. E non vince nemmeno il tecnico, che oggi scopre quanto possa essere freddo il vento quando rimani scoperto, senza – per ora – una panchina e con la reputazione di chi, pur avendo scritto un capitolo incancellabile della nostra storia, ha abbandonato tutti senza lasciar scritto nemmeno un perché.

Luca Baccolini

© Riproduzione Riservata

Foto: Alessandro Sabattini/Getty Images (via OneFootball)

Condividi su: