Al purzèl e al castrån, un confine storico (Parte prima: Purzèl)

Al purzèl e al castrån, un confine storico (Parte prima: Purzèl)

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Parte prima: Purzèl

Se andiamo per la via Emilia verso Modena, dopo Castelfranco, ad un certo punto dobbiamo compiere una vasta curva verso destra, prima che la strada riprenda ad andare diritta. Quella curva si chiama ancora ‘Curva della Betta’, che è un’alterazione di Bettola, cioè un’osteria che era lì nei paraggi una volta, dove si fermavano i carrettieri, poi i camionisti, e che ora non c’è più.
Questo delle osterie che c’erano una volta e che ora non ci sono più è un tema che ci accompagnerà fino alla fine.
Dunque perché mai la via Emilia si prende questa licenza, per poi rimettersi sul tracciato della originaria consolare? È che, fin dai tempi dell’Età del bronzo, si sa che quello è un posto dove il fiume Panaro, nei suoi spostamenti stagionali, s’impaludava in pozze, in pantani e in selve, i passaggi erano difficili e pericolosi, talché anche gli scambi dei beni da potersi commerciare era più agevole trasportarli con barche sulle pozzanghere che mettevano in comunicazione col Po e di lì fino al mare, a Venezia, così come del resto facevano i bolognesi sul Navile. Bisogna tener conto che Venezia commerciava sulle valli fin dai tempi di Teodorico a Ravenna, se già il suo consigliere Cassiodoro scriveva lettere di invito ai veneziani per approvvigionarsi del necessario: «O voi, con le vostre navi, che sembrano scivolare sull’erba dei prati…».
E noi a figurarci le galee veneziane che nelle valli non si capisce se filassero sull’acqua o sulla terra, azzurra l’acqua e verde la terra…

Dunque, un bel giorno, arriva dal nord un popolo invasore: si chiamano Longobardi. Non si sa bene se il nome significhi ‘uomini dalle lunghe barbe’ oppure ‘genti armate di lunghe lance’. Fatto sta che questi qui erano di stanza nelle pianure dell’attuale Ungheria. Già provenienti dalla Scandinavia, scappati dalla Germania, che sbagliando probabilmente i calcoli delle alleanze negli scontri con e tra gli Àvari che erano mongoli e i Gèpidi che erano una mistura, avevano dovuto fare fagotto in fretta e furia e si eran diretti dalle nostre parti, tanto per cambiare. Pare fossero un trecentomila comprese le famiglie. Occuparono Cividale del Friuli, Pavia e Milano e scesero giù fermandosi ai limiti di un postaccio che secoli dopo si sarebbe chiamato ‘Curva della Betta’, ma loro non lo sapevano ancora. Qui i Bizantini di Ravenna, ultimo avanzo dell’Impero romano, li aspettavano e riuscirono a fermarli. Li fermarono per cinquant’anni. Tempo che i Longobardi sfondassero conquistando Bononia che da città resistente ai Longobardi diventò così fortezza per gli stessi. Infatti dalle parti di strada Maggiore le vie hanno ancora un tracciato curviforme anziché ortogonale, e come raccolte attorno a Porta Ravegnana, indizio di fortilizi che si opponevano alla pianura verso Ravenna. Via del Luzzo, vicolo Trebisonda, vicolo Alemagna, via Castel Tialto, via Caldarese… Poi i Longobardi proseguirono l’avanzata e conquistarono Ravenna e tutta l’Italia, finché non fecero il passo più lungo della gamba volendo prendere le terre del Papa. Questi chiamò in aiuto i Franchi di Carlo Magno e fu la fine dei Longobardi. Fu la fine del regno dei Longobardi, ma i Longobardi rimasero. Un po’ Longobardi siamo anche noi. Così come anche siamo Greci, Arabi, Normanni, Celti, Etruschi e quant’altri.
Ma torniamo alla Curva della Betta, dov’era accampato il fronte dei Longobardi. Bisognava procurarsi da mangiare. Ebbene, che problema c’era? Le selve della pianura pullulavano di cinghiali e I Longobardi li recintarono, li allevarono e li addomesticarono. Un grande allevamento! È per questo che da Modena e per tutto il nord-est e in tutta l’Europa si prediligono queste carni. El porco del veneto, il nostro purzèl o il vezzeggiativo ninéṅṅ (che vuol dire ‘bambino’), gozén e nimäl a Parma e Piacenza. Anche se la parola più ieratica, così come suona alle nostre orecchie, per nominare questa bestia sublime la portarono i ferraresi che scendendo dalle loro campagne verso Bologna si fermarono a Casaralta: per costoro l’amico dell’uomo e il nume tutelare della salama si chiamò sempre e ancora si chiama al majàll. E nel parmense perfezionarono la stagionatura del prosciutto, e in baviera lo stinco e in Spagna la più pregiata invenzione, il Pata Negra.
Invece da Bononia in giù, tardivamente occupata da queste genti del nord, si continuò ad allevare l’agnello e il capretto, grigliare i cosciotti di castrato e infilzare arrosticini.
È così che Bologna si costituì, sotto questo aspetto, come terra di confine. A ovest la Curva della Betta a delimitare il regno del maiale. A est, un’altra osteria a delimitare il regno del castrato: l’Osteria dei Canaletti, sulla strada che attraverso la Romagna portava alla cattedrale di San Vitale a Ravenna.

Continua…

Bombo

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Foto copertina: didatticarte.it

Foto interna: terredicastelli.eu